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6月18日 Ieri mia nonna mi ha raccontato del 2 dicembre 1943..Ieri nonna Elena quasi si commuoveva di nuovo a ricordare quel giorno, anche se sono passati più di 60 anni. Suo marito Sebastiano lavorava come marinaio di terra al porto di Bari e solo una fortunata combinazione (o Dio, il fato, il destino, San Nicola, come volete chiamarlo voi..) ha voluto che arrivasse tardi a lavoro e scampasse al massacro. Alla trasmissione "la grande storia" che va in onda su RaiTre ho visto le immagini di quel giorno: il mare era pieno di cadaveri che venivano raccolti con una enorme pala. Era impressionante. Pare che alla prossima fiera del levante, il Presidente Napolitano consegnerà una targa alla città. Ho cercato qualche testimonianza in Internet di quel giorno ed ecco cosa ho trovato.
Due dicembre del 1943, mancano cinque giorni al secondo anniversario dell’attacco giapponese a Pearl Harbor. In Europa le sorti della guerra si sono rovesciate per l’Asse. Prima dell’armistizio dell’8 settembre i raid degli alleati hanno compiuto enormi distruzioni a Napoli, Foggia e Salerno. Hanno risparmiato, invece, la città di Bari che col suo ottimo porto, e la sua posizione baricentrica rispetto agli aeroporti di Foggia, Gioia del Colle e Grottaglie, la presenza dell’ANIC (la grande raffineria che in seguito diverrà Stanic), sarà il trampolino di lancio della conquista della penisola e dell’attacco della Germania da sud. Quel due dicembre il porto di Bari era gremito da quasi una quarantina di navi. Molte erano le famose Liberty. Le gru lavoravano febbrilmente per vuotarle dai loro carichi, preziosi rifornimenti per il fronte. La maggior parte dei marinai era scesa in franchigia. La presenza del Piccinni, del Petruzzelli, dell’Oriente, del Margherita, del Kursaal e di altri locali permetteva ottimi spettacoli per il riposo dei guerrieri di ritorno dal fronte o dalle missioni di guerra. Durante tutta la seconda guerra mondiale nessuno dei belligeranti aveva o avrebbe fatto uso di gas. Ma tutti gli eserciti ne avevano grandi scorte; giustificazione: deterrente per il nemico che lo avesse usato per primo. Quel giorno la nave americana John Harvey, appena arrivata dalle banchine del “Curtis Bay Depot” di Baltimora ed ancorata nei pressi del molo foraneo, aveva la stiva ancora piena di bombe all’iprite. I giorni successivi sarebbero state avviate a deposito nei pressi dei principali aeroporti pugliesi. Ciascuna bomba, lunga quasi 120 cm e del diametro di 20 cm conteneva iprite, un gas tossico e vescicante, dal caratteristico odore di senape, fissato ad idrocarburi per ottenere circa 31 chili di mustard gelatinosa. Con otto bombe si poteva contaminare completamente oltre un ettaro di terreno. Gli effetti dell’iprite, usata per la prima volta dai Tedeschi, durante la prima guerra mondiale, a Ypres (da cui il nome) nel Belgio, non sono immediati ma si fanno sentire dopo qualche tempo dalla contaminazione. Solo pochi uomini a bordo della Harvey conoscevano il contenuto di quel carico, coperto dal più assoluto segreto. La nave sarebbe stata scaricata l’indomani. Dall’altra parte della città, il 3rdNZH, terzo ospedale neozelandese, trasferito da Tripoli a Bari da meno di un mese, nell’appena ultimato ma ancora vuoto Policlinico, non era ancora perfettamente funzionante. Mancavano molte suppellettili ed addirittura i letti per i degenti. L’attacco alle 19,25 Tutti i 105 aerei disponibili, la maggior parte bombardieri Junkers 88, decollarono da diversi aeroporti italiani, slavi e greci. L’appuntamento era sul mare, alle ore 19,25, a 30 miglia ad nordest di Bari. L’ordine era di mantenersi a quota inferiore ai 100 metri, per non farsi intercettare dai radar. Quindi a bassa quota. Tra le altre navi fu colpita ed incendiata anche la John Harvey, quella che, insieme con altro materiale esplosivo, trasportava le cento tonnellate di bombe con l’iprite. I marinai rimasti a bordo tentarono con ogni mezzo di domare il fuoco, ma l’incendio non poté essere domato e dopo una mezz’ora si propagò alla stiva. Non ci volle molto che la nave saltasse in aria con tutto il suo carico e tutti gli uomini, compresi quei pochi che conoscevano la verità sul carico. Da quel momento iniziò l'inferno. La maledetta “mustard” si mescolò alla nafta venuta fuori dalle petroliere affondate e formò un velo mortale su tutta la superficie del porto. Coloro che dalle altre navi si lanciavano in acqua furono ben presto zuppi della maleodorante sostanza. Infine i vapori dell’iprite si sparsero, su tutto il porto e intossicò la pelle ed i polmoni dei sopravvissuti delle altre navi. Quella sera San Nicola, volle che la brezza di terra non fosse in stanca. La sua città fu salva dalla nube del gas tossico che lentamente, si allontanò verso il mare aperto. Qualcuno della città vecchia giurò di averlo visto in piedi, sul tetto della basilica, mentre spegneva con le sue stesse mani alcuni razzi illuminanti. Moltissimi furono i baresi che, appena ritornati dai paesi limitrofi, il giorno successivo sfollarono di nuovo. Ma furono anche molti quelli che, quattro giorni dopo, in occasione della solenne festa del Santo, si recarono in basilica per ringraziarlo. La reazione della contraerea, colta anch’essa di sorpresa, fu incerta nei primi minuti, ma poi si fece più precisa. Si sparava da terra ed anche dalle mitragliere poste sulle navi. I riflettori fecero a gara con i bengala lanciati dai Tedeschi per illuminare il cielo della città. Gli scoppi delle bombe e le scie dei traccianti s’intrecciarono fantasmagoricamente. Due aerei furono abbattuti. La caccia dell’aeroporto di Palese, assente perché in missione, non potette intervenire. E neppure quella d’Amendola: era troppo lontana. Alle 19,45 gli aerei presero la via del ritorno ma, solamente alle 23, le sirene dettero il cessate allarme. I "Grandi" in riunione Erano state affondate 5 navi americane, 4 inglesi, 3 norvegesi, 3 italiane, 2 polacche. Oltre le 17 affondate, erano state seriamente danneggiate altre 7 navi. Erano state perdute almeno quarantamila tonnellate tra materiali e munizioni. Il numero dei soldati colpiti era tanto grande che pochi potettero avere un letto. Agli altri furono date solo delle bevande calde e coperte, che neppure bastarono per tutti. Chi non potette cambiarsi, di sua iniziativa, rimase con gli abiti zuppi d’iprite, che non solo agì sulla pelle ma fu assunta attraverso le vie respiratorie. Le cure più specifiche non poterono essere date per tempo. I primi inspiegabili collassi, si ebbero dopo circa cinque o sei ore dalla contaminazione. Dopo diverse ore seguirono le prime morti, quasi improvvise di gente che qualche minuto prima, pur avendo la pressione bassissima, sembrava stesse per riprendersi. Tutti avevano la pelle piena di vesciche, specie nelle parti che erano rimaste più a lungo inzuppate e dove la pelle era più delicata. Sulle ascelle, l’inguine ed i genitali, la pelle si distaccava come avviene per le ustioni più gravi. La pelle delle piante delle mani e dei piedi, invece, sembrava indenne all’azione dell’iprite. Alle innumerevoli morti avvenute durante l’incursione, seguirono le morti dei due tre giorni successivi. Dopo il quarto giorno sembrava che molti si fossero ripresi. La terapia a base dei primi sulfamidici, che in alcuni casi dette buoni effetti, non fu prescritta immediatamente a tutti. Nella settimana successiva specie tra l’ottavo ed il nono giorno, si ebbero le morti sopravvenute per le infezioni che si erano innestate sui polmoni piagati. Le autopsie lo confermarono. L’iprite aveva agito non solo come gas, ma era stata assorbita attraverso i vestiti bagnati. Gli effetti sulla città e sul porto Quante furono le vittime? Quante furono le navi affondate? Nei giorni successivi, dalla Sanità Militare degli USA fu inviato a Bari il Colonnello Stewart F. Ale-xander, affinché redigesse un rapporto esauriente sulle “strane” morti avvenute a Bari. Il rapporto, datato 27 dicembre 1943, ebbe l’edizione definitiva nel luglio 1944. Secondo Glenn B. Infeld, un maggiore dell’U.S. Air Force, autore del libro “Disaster At Bari”, lodevolmente tradotto in italiano da Vito Manzari, (Adda Editore 1977, di recente lodevolmente ristampato con un saggio introduttivo di Assennato e Leuzzi) il primo ministro Chuchill dispose che non fosse adoperata la parola iprite nei documenti che riguardavano il disastro di Bari. Le ustioni furono classificate per causa N.Y.D. - not yet identified, - non ancora identificata. Gli effetti sulla continuazione della guerra La piena funzionalità del porto di Bari fu ripristinata solo nei primi anni cinquanta, a guerra conclusa, non ostante gli enormi sforzi della Royal Navy intesi a bonificarlo. Per saperne di più visitate www.biografiadiunabomba.it 评论 (1)
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